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Cinema & Lavoro
Percorsi: il lavoro al femminile

Ancora oggi è difficile essere donne nel mondo del lavoro, in un Paese dove l'assenza di un welfare capace di conciliare la vita familiare e quella lavorativa pesa come un macigno. Il racconto filmico

La settima arte e il lavoro

Affrontare i grandi temi del lavoro, del sindacato, della partecipazione e della rappresentanza ricorrendo al linguaggio universale del cinema. Con Cinema & Lavoro vogliamo proporre non solo titoli da guardare e gustare, da soli o in compagnia, ma anche offrire spunti di riflessione rinunciando agli schemi della formazione accademica.

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Il tetto di cristallo

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L'espressione fu coniata nel 1978 da Marilyn Loden in un'intervista e poi usata nel 1984 da Gay Bryant, fondatrice ed ex-direttrice della rivista Working Woman, allora in procinto di assumere la direzione di Family Circle, in un'intervista nella quale dichiarava: «Le donne hanno raggiunto un certo livello, io lo chiamo il tetto di cristallo. Sono nella parte superiore del management intermedio, lì si sono fermate e restano bloccate. Non c'è abbastanza spazio per tutte quelle donne ai vertici. Alcune si stanno orientando verso il lavoro autonomo. Altre stanno uscendo e mettono su famiglia».

Nel 2016 il divario di genere nei livelli di occupazione nell'Unione Europea ha raggiunto gli 11,5 punti percentuali con un tasso di occupazione del 76,8 % per gli uomini e del 65,3 % per le donne. Tale divario esiste nonostante le donne siano sempre più altamente qualificate e raggiungano un livello d'istruzione persino superiore a quello degli uomini. Sempre nel 2016, il 44 % delle donne (fra 30 e 34 anni) era in possesso di un titolo d'istruzione terziaria o superiore, rispetto al 34 % degli uomini (1). All'inizio del 2022, in Italia, le donne nel mondo del lavoro sono il 50,3%, una percentuale ben più bassa della media mondiale. Il tasso femminile di disoccupazione è pari al 9,8% e quello delle donne inattive tra i 15 ed i 64 anni è del 44,1%.

 

Se agli inizi degli anni 50, il mercato del lavoro italiano si apriva alle donne creando anche nuovi spazi lavorativi, non così è stato per le opportunità offerte, al di là delle flessioni occupazionali che dal 36.6% di metà del secolo scorso hanno oscillato sino a quelle attuali, passando da un 29% del 1971 sino alla crescita degli anni 90. Il primo ostacolo, mai veramente risolto, è rappresentato dalle discriminazioni legate alla maternità: metà delle donne al lavoro sono mamme, con una progressiva diminuzione in relazione al numero dei figli. Ci volle un decreto legislativo, il 198 del 2006, per rendere illeciti i quesiti posti dal datore di lavoro, al momento dell'assunzione, su maternità e affettività familiare.

Anche il contratto a tempo parziale, una soluzione che in molti frangenti consente una migliore conciliazione lavoro e famiglia, ha finito, in molti casi nell'ambito del lavoro privato, per essere impiegato quale pratica discriminatoria (Corte di Giustizia Europea), applicandolo quasi esclusivamente al personale femminile ed utilizzandolo poi come motivazione a mansioni inferiori, mancata progressione di carriera o ad un salario più basso. Tema, quest'ultimo, che resta ancora irrisolto: una relazione Istat/Eurostat ci racconta che nel 2018, nell'Unione Europea, le donne hanno guadagnato il 14,8 % in meno degli uomini (5% in Italia nel 2017), se si confronta la retribuzione lorda oraria media. In Europa la professione che ha registrato le differenze più ampie nella paga oraria (23% più bassa per le donne) è quella dei manager (nel nostro Paese solo il 28% di manager sono donne). Le differenze minori si sono osservate nei lavori impiegatizi (impiegati d'ufficio, segretarie ecc.) e per i lavoratori dei servizi e del commercio (entrambi inferiori dell'8%), due delle professioni con i salari più bassi. Ciò mostra come il divario retributivo è legato a svariati fattori culturali, legali, sociali ed economici che vanno molto oltre la mera questione di un'uguale retribuzione per un uguale lavoro.

Nel periodo tra il 2014 ed il 2015 (3) si stimano in 800 mila le donne costrette a licenziarsi dopo la maternità, nonostante già dal 2012 con la legge 92 le "dimissioni in bianco" erano state messe al bando. I dati rappresentano con eloquenza quanto sia ancora oggi difficile essere donne nel mondo del lavoro in un Paese dove l'assenza di un welfare capace di conciliare la vita familiare e quella lavorativa pesa come un macigno. 

  • (1) Commissione Europea. Le donne sul mercato del lavoro
  • (2) Dati Istat gennaio 2022
  • (3) Mariaroberta Cioce da "La dissolvenza del lavoro"

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