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Il precariato nel nostro Paese ha rappresentato uno dei più importanti temi del lavoro,
sin dagli anno 90 quando si varavano le prime risposte alla liberalizzazione del mercato del lavoro
Affrontare i grandi temi del lavoro, del sindacato, della partecipazione e della rappresentanza ricorrendo al linguaggio universale del cinema. Con Cinema & Lavoro vogliamo proporre non solo titoli da guardare e gustare, da soli o in compagnia, ma anche offrire spunti di riflessione rinunciando agli schemi della formazione accademica.


Sul finire degli anni 90, l'Italia cerca di rispondere ad un'Europa che chiede più liberismo in fatto di lavoro, attraverso una deregolamentazione del mercato già vista in altri Paesi e che, ad esempio nel Regno Unito, non aveva prodotto per i lavoratori altro che incertezza.
Con il pacchetto Treu del 1997, dal suo artefice Tiziano Treu, Ministro del lavoro e della previdenza sociale nel Governo Dini e nel Governo Prodi, inizio il calvario del "precario" italiano.
La liberalizzazione del salario di ingresso da parte del governo di centro sinistra, nella nuova riforma del lavoro, parallelamente alla proliferazione di nuovi virtuosismi contrattuali che, al tempo indeterminato, in taluni casi perpetuo, aggiunse sigle tristemente note come il Co.Co.Co. (Collaborazione Coordinata Continuativa), cui si accoderanno, sotto il Governo Berlusconi di inizio millennio, nuovi lavoratori "atipici" assoggettati a contratti quali la collaborazione a progetto, il lavoro interinale e quello "a chiamata".
La legge Biagi, infatti, nel 2003 darà ampio spazio alla fantasia giuslavoristica definendo i buoni lavoro (voucher), strumento originariamente pensato per favorire l'emersione del lavoro nero, ma che nella realtà italiana fu utilizzato al contrario quasi, amplificando così il fenomeno di una flessibilità legale e fuori controllo, origine dell'aumento indiscriminato di lavoratori precari, in modo particolare tra le nuove generazioni.
Nessun sostanziale cambiamento di rotta nemmeno con le riforme che si sono susseguite negli anni a seguire e che hanno visto nella Legge Fornero prima (2012), nel Job Act poi (2014), un aumento della flessibilità sul mercato del lavoro. Il tentativo, infatti, di limitare l'uso indiscriminato di quei contratti atipici partoriti un decennio prima certamente produsse un aumento degli occupati, a scapito però della indeterminazione dell'impiego, favorendo assunzioni con tempi brevi. Alcuni studi documentano che nell'anno 2007 la stima dei precari italiani sfiorava i 3,7 milioni con un quarto degli stessi senza lavoro, ovvero 15 lavoratori su cento risultavano precari e più di tre erano diventati disoccupati a seguito del mancato rinnovo di un contratto a tempo.
All'impossibilità, da parte di questi lavoratori, di programmarsi un futuro lavorativo e familiare certo, va aggiunto, per buona parte degli stessi, un salario mensile che nel 2007 non raggiungeva i 1.000 euro mensili, cifra media che scendeva a circa 750 euro per le donne. All'inizio della seconda decade del millennio, la maggior parte dei precari orbitava nel Pubblico Impiego, ripartita tra sanità e scuola (mezzo milione), servizi socio assistenziali (poco meno di mezzo milione) e amministrazioni pubbliche di vario tipo.
di Federico Rizzo
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