Cinema & Lavoro - Le schede
film: Signorinaeffe di Wilma Labate

Torino, settembre 1980. Emma Martano, proveniente da una famiglia operaia di origine meridionale, ha davanti a sé un ottimo futuro: sta per laurearsi. Ma lo sciopero alla Fiat e la marcia dei 40.000 le cambieranno la vita

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Signorinaeffe
di Wilma Labate

Torino, settembre 1980. Emma Martano, proveniente da una famiglia operaia di origine meridionale, ha davanti a sé un ottimo futuro: sta per laurearsi in matematica, ha già un impiego nel settore informatico della Fiat e, soprattutto, sta per sposare Silvio, un collega che lavora come lei in Fiat, un dirigente della fabbrica, vedovo e con una bambina. Il clima però non è tra i migliori: l'ondata di scioperi e gli scontri tra la le tute blu, gli operai, e i dirigenti della Fiat sta assumendo toni duri. C'è in corso uno sciopero da più di un mese per scongiurare il licenziamento di quasi quindicimila dipendenti. Gli eventi porteranno Emma a vivere esperienze lavorative e sentimentali nuove che la obbligheranno a  mettere in discussione i suoi progetti per il futuro.


Il cast del film

  • Regia: Wilma Labate
  • Attori: Filippo Timi - Sergio, Valeria Solarino - Emma, Sabrina Impacciatore - Magda, Fausto Paravidino - Antonio, Clara Bindi - Nonna Martano, Gaetano Bruno - Peppino, Luca Cusani - Felice, Fabrizio Gifuni - Silvio, Giorgio Colangeli - Ciro, Marco Fubini - Angelo, Veronica Gentili - Cecilia, Luigi Lavagetto - Ing. Federico Ferri
  • Soggetto: Wilma Labate, Francesca Marciano, Carla Vangelista
  • Sceneggiatura: Domenico Starnone, Wilma Labate, Carla Vangelista
  • Fotografia: Fabio Zamarion, Fabio Zamarion
  • Musiche: Pasquale Catalano
  • Montaggio: Francesca Calvelli
  • Scenografia: Gian Maria Cau

Dati tecnici del film

  • Durata: 95 minuti
  • Colore: colore
  • Genere: Drammatico
  • Produzione: Donatella Botti per Biancafilm con Rai Cinema
  • Distribuzione: 01 Distribution
  • Data di uscita: 2008


Recensioni al film:

"La fiction non riesce a consolidarsi davvero nel giro degli eventi determinanti che ha scelto come motore. Lo spettatore sente un forte potenziale coinvolgimento e un certo vuoto di risposta dei personaggi. La sceneggiatura, colpevolmente elementare (Starnone, Labate, Evangelista) evoca uno sguardo corrotto in cui, più che il cinema, parla il condizionamento della tv. Era, è, una grande responsabilità, questo argomento. Resta, comunque, una forte impressione antologica, pagine da conoscere, soprattutto per i giovani, per esempio il contatto con la fine del fordismo nella scelta di un colosso industriale che dimentica il prodotto per occuparsi di finanza." (Silvio Danese da il 'Quotidiano Nazionale' del 18 gennaio 2008)

La classe operaia deve gratitudine al cinema italiano - alla Labate, ai documentari di Daniele Segre e Francesca Comencini - perché "è tornato in fabbrica". Film rischioso e difficile da fare: è la storia di una sconfitta che incorpora la storia di un amore di 35 giorni, quelli dello sciopero della Fiat di Torino (Mirafiori, Lingotto) durante "l'autunno caldo" 1980. Finì il 15 ottobre, data che per alcuni segna il funerale del movimento operaio. Dunque, è anche un film storico. La bella Solarino dev'essere grata alla regista che, nel suo film più maturo e coraggioso, le ha offerto il bel personaggio di Emma che, uscita da una famiglia siculo-napoletana, ha lavorato sodo per fare il salto di classe. L'improvviso amore per Sergio, combattivo operaio, la spinge a fermare la propria scalata, ma poi si arrende. Scritto dalla regista con Domenico Starnone e Carla Vangelista, è un film di asciutta malinconia con un piccolo margine nostalgico per una stagione utopica. Mescola la descrizione di un ambiente e di un'atmosfera, il trauma dei grandi eventi e la leggerezza delle piccole cose, la sensualità, gli intenti conoscitivi e le emozioni. Fotografia: Fabio Zamarion. Prodotto da Bianca Film e Rai Cinema. Sottovalutato dai critici, ignorato dal pubblico, resisterà al tempo. (Il Morandini)

"Nel retrodatare la vicenda al 1980, Labate e i suoi sceneggiatori hanno cambiato tutto, lasciando però intatto il senso di appartenenza, l'identificazione assoluta con l'azienda. Ottima idea. Tuttavia - parere personale - il film non convince. Perché, alla fine dei conti, la storia d'amore risulta un pretesto, diciamo un tirante narrativo, per parlare d'altro. Qualcosa del genere succedeva anche in 'Riff Raff' di Loach, in 'Risorse umane' di Cantet o in 'Full Monty' di Cattaneo, film diversi nel clima ancorché mirabili, ma, appunto, è il fattore umano a fare la differenza. Invece, a partire dalle omissioni sull'infiltrazione terroristica in fabbrica rilevate da vari commentatori, Wilma Labate addolcisce alcuni aspetti orribili di quelle giornate, enfatizza la «gioiosa» solidarietà operaia, mostra schitarrate notturne e belle ragazze col poncho, pervenendo infine ad un'amara riflessione: la marcia dei quarantamila segnò la sconfitta politica di un progetto che lei chiamerebbe di ristrutturazione capitalistica. Ne consegue che il contesto fa aggio sul testo, sicché i personaggi, invece di vivere di vita propria, vengono via via piegati ideologicamente alla prospettiva del film. Più che l'amore contrastato tra l'emancipata Emma e l'incazzato operaio Sergio, emergono le oscure manovre del dottor Agnelli. Per questo, pur nell'accorto dosaggio delle psicologie e delle tipologie, il risultato è così spesso prevedibile." (Michele Anselmi da  'Il Riformista' del 18 gennaio 2008)

"Strano film quello di Wilma Labate, una finzione quasi fiction mescolata a un mockumentary, con facoltà di prova documento su quei momenti che oggi molti non ricordano o rimuovono. Ma quella che non riesce è proprio la miscela, la storia è tutta fredda, telecomandata soprattutto da esigenze romantiche, ravvivata dalla presa diretta dei luoghi torinesi dove la Film Commission vede e provvede. I ritratti sono didascalici ma gli attori, tutta la new generation al completo, dalla sensibile Solarino a Gifuni, dall'arruffato Timi alla Impacciatore, da Paravidino a Colangeli alla Pianeta, sono bravi ma monolitici: come partono, così arrivano. La categoria interessante è certo ampia ma dalla Labate era lecito attendersi qualcosa di più esplicativo sui perché degli eventi, sulla crisi della stessa classe operaia che non va più in paradiso ma è già pronta ai pranzi della domenica come nella borghesia dei film dei Vanzina. S'ascolta 'Pata Pata' della Makeba, Patti Smith e, se non ripudia, Dalla." (Maurizio Porro da il  'Corriere della Sera' del 18 gennaio 2008)

"E una strana storia 'non d'amore' 'Signorinaeffe', il film che Wilma Labate ha scritto e ideato con un gruppo di compagni (anche del movimento di allora, come Francesca Marciano e Domenico Starnone) perché lo sfondo emozionale non disperda la sostanza conoscitiva di un 'film operaio', quello che il resto del cinema italiano di solito nasconde con disinvoltura per piacere alle commissioni statali che sganciano soldi ideologici e alla critica pre-moderna, fanatico-chic. Qui l'eros in più è tra 'story' e 'history'. Il clima, l'atmosfera, la realtà, profonda (i materiali di repertorio sono mozzafiato) e superficiale (l'enciclopedia 'Conoscere' ancora alla parete, le 500 più lillipuziane di quanto ricordavamo), di un passaggio nodale del nostro paese, fanno dunque corpo con la tempesta emozionale di chi non riuscendo a ricomporre socialmente gli sfruttati si sgancia e si getta da allora nella mischia individualista. Sarà 'celibe' o sarà democratico l'individualismo anni 80? Sarà una scelta opportunista, cinica e paurosa, come quella di Emma e di Antonio (Fausto Paravicino), l'amico di Sergio, che passa dall'eroina al matrimonio con mille bambini come programma massimo. Sarà defilata e delirante, come quella dell'operaio spremuto dai padroni e poi gettato via, diventato un ristoratore, ma sempre pronto a imbracciare il fucile? Sarà nelle lotte dentro la nuova 'fabbrica sociale', nei collettivi nascenti dell'alter-modernità, passando dalla catena alla rete, come quella di Sergio, tassista su un automezzo Fiat? Catorci, oltretutto. Solo le lotte dure producono macchine indimenticabili." (Roberto Silvestri da 'Il Manifesto' del 18 gennaio 2008)


su questo film:


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